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31 maggio 2009

Marcotaz Revival special

 

20 maggio 2008

Pioggia di maggio




Pioggia, bagna anche me,

dopo aver bagnato lei.

Non lasciarmi in balia

di questo vento di mare,

di questa notte vuota.

Pioggia, quanto ti invidio.

Ti asciughi sui suoi vestiti,

tra i suoi capelli,

disegni curve meravigliose

sulla sua pelle.

Vivi il suo profumo,

le strappi un brivido di freddo

e di emozione.

Pioggia, bagna anche me,

portami un po’ di lei.

Non avrò pace.


(Marcotaz)




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20 maggio 2009

Marcotaz Revival 23

 

16 maggio 2008

Congiuntivi fantozziani e mega-direttori galattici...




Attorno alle due del pomeriggio gli impiegati e i bancari sono i padroni della City. Li trovi ovunque, per strada, nei ristorantini, soprattutto nei bar-rosticceria. Molti di loro hanno l'espressione di chi sta vivendo l'ora d'aria prima di tornare in prigione. Sono costretti da giacche e cravatte: parlano molto, hanno rimosso titoli bancari, riporti di cassa, assegni e bonifici. Sono alle prese con improbabili panini, preoccupati di non sporcarsi, con birra o coca, mai seduti, sempre negli angoli dei bar, spesso a fare crocchio, sempre un po' di corsa e con aria vagamente malinconica.

Sarà perchè sono figlio di bancari e a pranzo sono cresciuto tra i discorsi dei grandi che parlavano di direttori di banca, gossip, promozioni e malelingue. Forse per questo li riconosco facilmente: so bene le loro abitudini, i loro tempi, le loro manie, i loro orari. Conosco le loro giornate e le fughe alle cinque del pomeriggio in punto quando la banca chiude. E forse per questo che i libri e i film del primo Fantozzi anni '70, firmati da quel mago di Luciano Salce. mi fanno ancora divertire tantissimo, perchè ci trovo uno spaccato paradossale e anche un po' veritiero di quello che è stato davvero il mondo degli impiegati anni '70-'80.

Mi ha sempre incuriosito il tono un po' misterioso e un po' intimorito dei bancari quando parlano dei loro direttori. E inevitabilmente ripenso alle parodie fantozziane e alla figura del Mega Direttore Galattico, Duca Conte G.M.Balabam del primo tragico Fantozzi, o del Mega Direttore Clamoroso Duca Conte Piercarlo Ingegnere Semenzara, quello che portò Fantozzi al Casinò di Montecarlo nel secondo film della serie.

Uno di loro aveva addirittura l'acquario nel suo studio, dove nuotavano alcuni dipendenti dell'azienda. I miei genitori spesso parlavano di un direttore potentissimo del Banco di Napoli, un certo Viggiani, che non so perchè qualche volta diventava nella mia fantasia Triggiani, Quatriggiani, Milleggiani. Si ingigantiva a dismisura, se non nelle forme almeno nel nome...

Oggi in un bar del centro ho pescato due bancari in camicia e cravatta, mezza età, sudaticci, con le giacche poggiate sul braccio. Mangiavano una pizzetta e quando mordevano si piegavano in due, goffamente, per non sporcarsi.

Mi è sembrato (o forse ho immaginato), a un certo punto del discorso, iniziassero ad abusare dei congiuntivi.

"Dii a me il bicchierre...".

"Stii stii, non si scomodi...".

"Prego facci, facci..".

"Le offro il caffè..."

"Aspetti, lasci pagare me..."

"Facci, facci, la prossima volta tocca a me...".

"Mi dii la giacca mentre prende il portagolio..."

"Lasci, non si preoccupi...".

"Allora paghi lei?"

"Sì, lasci fare...".

"Facci, facci...".

Ripensavo alle meravigliose scene di Fantozzi e facevo fatica a non ridere. Il grande Filini al tennis: "Batti lei?". O il mega-direttore rivolto a Fantozzi e Filini ospiti del mega-yacht: "Mi diino le scarpe". Oppure: "Fantozzi, cazzi la vela...".

Comunque il più bel dialogo con i congiuntivi personalizzati è quello al tennis: Filini e Fantozzi trovano l'unico orario libero alle 5 del mattino, con il campo avvolto da una fitta nebbia...

Filini: Allora Ragionere che fa? Batti?
Fantozzi: Ma che fa geometra, mi dà del tu?
Filini: No no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah congiuntivo!
Filini: Sì!

Ci penso e finalmente rido di gusto...

 

13 maggio 2008

I matrimoni fuori onda...



M'incanto a guardare il girato televisivo dei matrimoni. Quello che non è stato ancora montato, quello che non ha ancora effetti speciali e musiche. Il girato nudo e crudo: la telecamera che gira e scruta tra gli invitati al ristorante, che non ingombra, che registra il sottofondo, i rumori reali, la vita in quel momento. Mi capita quando sostituisco mia moglie nel montare il suo programma tivù. Spesso le scrivo i testi, metto la voce, preparo la scaletta: e nelle lunghe pause nella sala montaggio mi diverto a guardare le immagini che scorrono nei matrimoni di provincia.

E' come rubare momenti di vita, senza per questo sentirsi guardoni. I matrimoni di provincia hanno tutto dentro: emozioni, timori, dolcezza, ansia, sorrisi, lacrime. Hanno eleganza ma anche tanto trash. Il trash mi diverte da morire. In senso buono, senza malizia. Osservo come si comporta la gente in giacca e cravatta e in abito da sera. Si capisce che non è abituata in quei vestiti: hanno l'aria un po' goffa gli uomini mentre le donne si impongono in eleganza, a volte eccentrica, a volte sguaiata, e tacchi alti e qualche "estenscion". Colori e accoppiamenti si scoprono avventurosi: cravatte inguardabili; fiocchi enormi tra i capelli e trucchi pesantissimi. Mi sembra quasi di sentire anche i profumi, tanti, troppi, forti, forissimi. Le donne non disdegnano il decolletè, e più sono andate con gli anni più sembra generoso, anche se un po' rugoso.

Il trash domina in modo leggero. Ma io non ne penso male, mi diverte. Il trash, se non fa danni agli altri, è un modo di esprimere la propria anima, è arte povera, magari brutta da vedere ma da rispettare profondamente.

Il brusio delle sale dei ristoranti regala tranquillità: qualche risata troppo sguaiata, qualche battuta rivolta alla telecamera, poi i rumori di fondo, di piatti, posate. I ristoranti dei matrimoni sembrano tutti grandi, enormi, luminosi. I camerieri impeccabili, ma poi l'occhio della telecamera li scopre ad ammiccare tra di loro, a scherzare, a fumare dietro una porta. La posteggia non manca quasi mai. Con quei sorrisi finti di plastica, mandolino e chitarrina, i musicanti girano attorno ai tavoli e non mollano mai, non si riposano mai. La gente prima si contiene poi mangia tanto, inevitabilmente, allegramente. E poi finisce che in tanti sbracano.

L'idea che mi faccio ogni volta che vedo queste immagini è di piena serenità. Osservare la gente nei filmini dei matrimoni riesce a rendermi sereno, mi rilassa. Mi diverte. Forse perchè riesco a percepire la felicità che c'è tra la gente, tra gli sguardi, tra le parole recuperate qua e là dal microfono di sottofondo. Perchè la gente normale sa farsi capire quando è felice, lo dimostra nei gesti, nei comportamenti, anche se indossa una cravatta trash, un vestito kitch o fa confusione con i bicchieri del vino e dell'acqua. Perchè la gente normale non ha molta voglia di fingere, non ha bisogno di maschere e non costruisce sovrastrutture traballanti.

E' forse questo che cerco e per un attimo trovo nei filmini dei matrimoni: gente normale, persone nornali che vivono normalmente, con sogni nornali, aspirazioni nornali, famiglie normali. Evidentemente, è così difficile trovarla questa gente nella mia vita quotidiana; così almeno la cerco nei filimini...

_____
Dedicato a tutte quelle donne che dicono sì, ed è un sì vero, unico, importante.
Un sì per amore, chiaro e tondo come il sole, senza giri di parole...
(e il video su Youtube è bellissimo...)

"Sì, forever"
(Silvia Salemi, 2003)

Ho detto si, si, si...
Ho detto si, si, si... e anche fra cent'anni ti dirò di si
Ho detto si, si, si... ecco la risposta che ti do: è si
Chiaro e tondo come il sole
Senza giri di parole,
Se mi chiedi di tornare insieme a te... si... si...

E anche fra cent'anni ti dirò di si

Forever... stanotte dormi qui
Forever... e stringimi così
Forever... forever... ma ora dove sei... corri qui
Qui... qui... che non è una mezza risposta...

Everywhere you' Il go l'Il be there l'Il be free

E non credo di sbagliare, no
Stavolta non ci piove, no
Stavolta puoi portare tutto qui, si, si…
E non me ne pentirò, lo so…

Perché a nessun altro mai dirò di si

Forever… stanotte dormi qui
Forever… se vuoi sarà così

Forever… Forever… se oggi scegli me… dimmi si
Si… si… tu dimmelo una volta soltanto
E anche fra cento anni, io dirò… si, si, si

 


2 maggio 2008

Il capello d'oro



Sei bellissima,

come il tuo capello d’oro

che hai lasciato qui con me,

poggiato sulla mia giacca.

Qualcosa di te che mi appartiene,

qualcosa che rimane.

Basta un tuo capello d’oro

a tenermi compagnia,

a scaldarmi il cuore,

a non farmi sentire solo.

Sei con me,

anche solo per un attimo.

Luccichi sulla mia giacca,

bella come sei.

Sei nell’aria,

sei tutta in questo capello biondo,

poggiato sulla mia giacca blu.

Mi accompagni ancora,

adesso che guido solo.

Io e il tuo capello d’oro,

il segno che ci sei,

che sei stata con me,

a un passo da me,

vicino a me.

Segno che sei dentro di me,

unica nei miei pensieri.

Sei attorno a me,

nei gesti che faccio,

anche quando sono solo.

Sei ancora qui,

bella come sei,

come ti immagino io,

in un capello d’oro

che resta poggiato

sulla mia giacca e non vola via.

(Marco, febbraio 2004)

______

"... e' la piu' bella di tutte
si stacca piano dal cuore,
e' la piu' bella di tutte
e' una canzone d'amore..."

(Canzoni alla Radio, Stadio 1986)






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4 maggio 2009

Marcotaz Revival 22

Nota attuale da Facebook

"Più o meno a mezzogiorno, nei giardinetti della mia città al sole, il tempo sembra fermarsi, Anche se ci capiti per caso, lo stress svanisce, i ritmi rallentano e per un po' vedi la città correre e affannare senza di te... Socializzi e non sai perchè, passeggi, parli, racconti, ascolti e sei fuori dal mondo. E il sole caldo scopre gli angoli della nostra città che non immaginavi, che non vedevi...".

PS: la piazza in questione è quella di Cavour...

_________________________

28 aprile 2008

Alla cassa del bar...

Lo facciamo tutti e adesso che ci penso mi viene da ridere. Davanti alla cassa del bar facciamo tutti le cose più strane, le scene più assurde. Oggi ero in fila e guardavo due impiegati impegnati in una "tarantella" degna di un buon teatro napoletano.

Recitavano, sembravano impazziti, facevano sul serio. Erano goffi nelle loro giacche scure da lavoro, belli pieni dopo il week-end lungo di baldoria a tavola. Si facevano notare. Erano in realtà due macchiette.

"Ti devi stare fermo, sei ospite mio".

"Ma quando mai, non esiste proprio".

Si scatenavano di gomiti, si facevano spazio davanti alla cassiera. spingendosi a vicenda, maldestramente. Uno con il portafogli in mano, l'altro con gli spiccioli nel palmo della mano.

"Lascia stare, tocca a me...".

"Mi offendo, non insistere".

Poi, inevitabile, partiva il dialogo con la cassiera.

"Signorina non si prenda nulla da questo estraneo...".

E via altre goffe spinte.

"Signorina, io sono cliente, da questo signore non deve prendersi nulla...".

E infine, l'ultima fase, quella buonista.

"Vuoi togliermi il gusto di offrirti un caffè...".

"Il piacere è mio, ci penso io...".

"Noi puoi farmi questo...".

Dai, paghi tu domani...".

"No, paga tu domani, oggi faccio io...".

La tarantella di chi paga il caffè può durare all'infinito, anche perchè può inserirsi un terzo impiegato, e anche un quarto. E guai se c'è una donna di mezzo, la sfida a chi paga prima diventa ancora più accesa. Alla fine c'è chi è soddisfatto e paga, chi abbozza e piega la testa. Poi fanno la pace davanti al bancone del bar. Uno fa il cialtrone con la collega dai capelli cotonati e formosetta, nonostante gli "anta", l'altro ammicca con il barista per darsi un tono, lascia belle mance e si complimenta per il caffè gustoso.

Ne ho sentite tante al bar, ne vedo tante, tutti i giorni. E' quasi rilassante.
Qualcuna l'ho sparata anche io. Nel mio bar, per esempio, faccio il gradasso. Ma lì è facile, cassiera e baristi sanno che non possono prendere danaro all'infuori di me. Il casino è quando sei in un bar che conosci poco. Lì è come una corsa di ciclismo che arriva allo sprint: devi prendere l'ingresso in testa, per arrivare primo alla cassa e quindi essere avvantaggiato.
Nelle ore di punta devi essere lestissimo a tirar fuori il danaro dalle tasche o dal portafoglio e puntulamente c'è la bella cassiera che ti guarda senza dire nulla ma con uno sguardo così annoiato... Sei lì trafelato, un po' imbranato a contare gli spiccioli e poi a ricordarti le ordinazioni degli altri. Ti senti un vero cretino davanti a quella bella donna dall'aria così scocciata che sembra dire ("Ti decidi oppure no"). Ti giri ripeturamente, ti dai un tono serio: "Allora, quattro caffè? Giusto?". Parli ad alta voce, perchè nel bar c'è casino e intanto, dietro di te, c'è sempre chi sbuffa e che ti guarda di traverso.

Ma perchè ci impegnamo così tanto a voler pagare il caffè. Sembra una missione, un punto d'onore impresicindibile della nostra vita quotidiana. Qualcosa di irrefrenabile. Se fossimo così solidali e pronti su altri argomenti meno effimeri, sai che risultatotoni. Penso agli impegni sociali, alle donazioni, alle raccolte di firme per qualcosa di importante. Può scivolarci addosso tutto ma non il momento di pagare il caffè. Quello è sacro.
Prima ti pago il caffè al bar, poi ti faccio la guerra in ufficio e ti pugnalo alle spalle.
Italian style del terzo millennio.


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27 aprile 2008

Il Fetennista

(Tratto dal libro "Bar Sport 2000" di Stefano Benni)

Creatura dall'aspetto normale, con una grande sacca sportiva a tracolla. Al suo apparire nel locale, i presenti notano subito un peggioramento della situazione climatica, un vago odore di formaggio stagionato, o di palude stagnante. Non appena la creatura apre la borsa, ecco l'orrende rivelazione: è un Fetennista, è appena stato a giocare, e la sua borsa contiene magliette, scarpe e calzini frollati. Nonostante le irrorazioni di deodorante, l'abbigliamento sudato, per via del caldo e della chiusura ermetica, ha sviluppato vapori da guerra chimica. Inoltre il Fetennista non si sa se per fretta, povertà o sadismo, può giocare anche cinque volte di fila con lo stesso completino. In questo caso il contenuto della sacca moltiplica la sua pericolosità. Le scarpe diventano un cocktail di napalm e roquefort, e puzzano perfino le corde della racchetta. Ma più di tutto è da temere il calzino fantasma, un calzino che si nasconde in una zona misteriosa della borsa e vive lì per anni, moltiplicando la sua tossicità. A volte i clienti lo prendono e lo buttano in una fontana, o bruciano il contenuto della borsa. Ma nel locale resterà sempre quell'inconfondibile odore di spogliatoio sudato e di ascella di orango. Perciò, appena vedete entrare un Fetennista, mettetevi in salvo il più presto possibile. E' infatti in agguato l'"effetto Ace". Il Fetennista potrebbe accendere una sigaretta, o bere un cappuccino caldo. Il calore, a contratto coi gas dei calzini, farà esplodere la borsa, lanciando schegge di racchetta, cinti erniari e palline nel raggio di cento metri.

___

L'ironia e la scrittura surreale di Stefano Benni sono un regalo della letteratura contemporanea. Quando ho letto per la prima volta Bar Sport 2000 ho riso per giorni. Questa mattina ero solo a casa e cazzeggiavo. Poi, sono trasalito. Ho pensato che avevo incredibilmente dimenticato nel portabagagli dell'auto la borsa da tennis. Avevo giocato il giorno prima. In un baleno ho messo tutto via. Sono stato un fulmine, mia moglie nom avrebbe retto alla notizia. La borsa chiusa, sporca e nell'auto, puzzolente e pericolosa, l'avrebbe portata sull'orlo di una crisi di nervi.

Toglievo i panni insudiciati e li mettevo nella cesta della lavatrice. E ridevo pensando al testo del Fetennista di Benni. Per un giorno, improvvisamente, anche io sono diventato un Fetennista. Può capitare. Non deve capitare ma può capitare. Svuotando la borsa mi sono imbattuto in uno dei famossimi "calzini fantasma" che descrive Benni. Era lì, nascosto in fondo alla borsa da chissà quanto tempo. Non sembrava nemmeno il mio. Da quanto era lì? In quale piega della malefica borsa si era mimetizzato? E di chi era veramente quel calzino grigio e lercio? Nel dubbio ho seguito il consiglio di Benni, l'ho preso e l'ho buttato, non prima di averlo chiuso in una busta. I gas potevano diventare letali. Poteva scoppiare tutto. Chi l'avrebbe spiegato a mia moglie che l'esplosione in casa era stata causata da un "calzino fantasma"...

Marcotaz

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22 aprile 2008

"Neanche un minuto di "non amore"

Mi sono svegliato e non so nemmeno perché. Sento il caldo di maggio sulla pelle e non lo vedo, sento la pioggia cadere da una vita e non smette mai. Vorrei tirare fuori l’anima giocosa che c’è in me, essere il bambino che non smette mai di sognare e fantasticare. Prendersi gioco di questo mondo dei grandi che non mi appartiene fino in fondo.
Vorrei svegliarmi e parlare d’amore, solo per il gusto di farlo. Mi prenderebbero per matto. Lo faccio su questo Blog: era da tempo che volevo dirmelo e scrivermelo.
Io so cosa è per me l’amore, anche se non è sempre facile dimostrarlo. Per me l’amore è esattamente nelle parole di un testo bellissimo. Non un poeta, non citazioni d’autore, non Dante, Leopardi, D’Annunzio. Solo e semplicemente Mogol e Battisti, solo e semplicemente "neanche un minuto di non amore". Perché in fondo quello è il mio linguaggio, lo è sempre stato, sempre lo sarà.
Io sono così, parlo così, agisco così. Beh, certo non sempre e non continuamente. Ma io sono così, da ragazzo come oggi. E non vorrei cambiare. Per amore, solo per amore, tutto il resto può scomparire, Tutto il resto viene dopo.
Se sapessi inserire il video e la canzone sul mio Blog, prendendoli da YouTube, lo farei. Forse un giorno imparerò. Però, giuro, è troppo bella…
La mia vita è fatta ancora di queste storielle semplici e un po’ folli. Ne cerco ancora, per viverle ancora, per scriverne ancora.

"Neanche un minuto di non amore"
(Battisti-Mogol, 1977: da "Io, Tu, Noi tutti")

"Salgo in auto e parto e guido verso te
al telefono mi hai detto "Si, d'accordo alle tre!"
dal timbro della voce non sembravi tu
quel tono che mi piace no, non c'era più!
Ma cosa è accaduto?
Quando e' accaduto?
No non è possibile
improvvisamente no.
Il traffico che corre
la gente nei caffè
la mente mia che scorre
e indaga su di te
le ultime espressioni
le pause fra di noi
le minime emozioni
i gesti, gli occhi tuoi
neanche un minuto
di "non amore"
questo e' il risultato dei pensieri miei!
Eppure qualcosa c'è
impercettibile per me
ma per te così importante
lo sento è presente
che grida e intanto grida
un clacson dietro me
sto odiando questa strada
che mi separa da te
neanche un minuto
di "non amore"
ripeto questa frase ossessionato
mentre vedo te.
"Ciao come stai
dimmi cos'hai
parcheggio dopo.
Dimmi che cos'hai!"
Così hai perso il posto
hai pianto e che altro c'è
Nient'altro questo è tutto
volevi star con me
Neanche un minuto
di "non amore"
Scusami se rido
non pensavo a te".




permalink | inviato da marcotaz il 4/5/2009 alle 12:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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