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31 gennaio 2008

Sto dalla parte dei pubblicitari tivù...


Non lo so. Mi trovo spesso a commentare con amici quanto sono divertenti le pubblicità televisive. Tante, tantissime. Mi viene quasi da pensare che se c'è una classe professionale che funziona davvero in Italia, è quella dei pubblicitari televisivi e radiofonici. Sono bravi, geniali, soprattutto ironici. Decisamente meglio dei politici, di molti giornalisti, di presentatori tivù e roba varia...
Il mio metro, il parametro che uso, sono i commenti casuali. Nella vita di tutti i giorni, mi scopro a citare e a parlare molto più della pubblicità in tivù che dei suoi programmi, almeno quelli in prima serata... E ti credo. Se avessi tempo di guardare davvero la tivù in prima serata andrei in depressione.
A volte mi scopro più attento agli spot in tivù che al resto. Pensavo non fosse normale. Ma più chiedo in giro e più trovo gente che la pensa come me...




permalink | inviato da marcotaz il 31/1/2008 alle 18:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

30 gennaio 2008

Dal barbiere...

Sono e sarò sempre un napoletano. Lo sono nelle piccole cose, come quella di non cambiare mai il mio barbiere. Perchè il barbiere è come una fede, non si abbandona mai, non si tradisce, lo si sceglie e poi lo si accetta così com'è...

Il mio rappresenta un cocktail meraviglioso di arte e cialtroneria, di ignoranza e talento puro, di filosofia spicciola e simpatia. Un Figaro partenopeo, baffetti insolenti, un metro e sessanta, non di più, pancia e pelata portate con orgoglio, camice bianco lindo e odoroso e un'inguarbile passione per le donne e per l'inciucio. Il suo nome dice tutto, Ciro, breve e rapido da pronunciare, come avrebbe voluto Massimo Troisi, eppure discolo e dissacrante, come solo un ex scugnizzo dal cuore buono sa essere.

Vent'anni con lui, come andare a teatro sotto casa mia, nell'elettrizzante salone surreale, bottega di sogni e di segreti, detti e poi dimenticati.... Il barbiere-teatro è aperto a tutte le ore. Entrano ed escono personaggi improbabili, si susseguono sul palcoscenico improvvisato eppure così intimo. L'ultimo taglio non lo dimenticherò, Offro il caffè agli astanti, con fare da guappetto di cartone e con il mio solito dialetto incerto. Sono tra le sue mani, sapienti e incoscienti: con me c'è da lavorare, c'è da tagliare, perchè sono un over 40 senza "piazze" da mostrare, senza (ancora) calvizie incipiente. Entra una signora sui sessanta che ride e scherza e che mi saluta come se mi conoscesse da sempre; entra un cliente, poi il salumiere di fronte, Salvatore. Non posso credere ai miei occhi: ha ancora la penna poggiata sull'orecchio, come si usava almeno venti anni fa. Entra un musicante e un venditore di prodotti estetici; entrano ed escono personaggi diversi, unici, come in un teatro surreale o come in un film di De Crescenzo. Entra il ragazzo del bar che ascolta musica napoletana dal telefonino.

"Questo è Patrizio", presenta Figaro-Ciro. Nel senso che lui è Gino ma tutti lo chiamiamo Patrizio. "Perchè?", rimando io, con i capelli inondati da shampoo improbabile, osannato e presentato come la novità del secolo, dal profumo di anice, o forse di camolilla, o forse ancora, di tiglio, di cicliamino, di menta, addirittura...

"Perchè ascolta tutto il giorno le canzoni di Patrizio", mi chiarisce Figaro. Ma chi è Patrizio, penso io. Un nuovo neomelodico, un emergente? In fondo, se vivi a Napoli finisci per conoscerli tutti i neomelodici di successo. Patrizio no, non mi diceva nulla. Allora chiedo al ragazzo del Bar, e la mia domanda forse profuma di shampoo al cicliamino: "Chi è Patrizio?".

Dal mio barbiere, il caffè si prende a tutte le ore. Così, anche se fradicio di shampoo alla camomilla, devi fare pausa e sorseggiare. E allora sorseggio, davanti allo specchio, con un lenzuolo sulla testa per non prendere freddo, accomodato, anzi sprofondato nella poltrona del barbiere, che quasi non mi vedo più allo specchio. Sorseggio e chiedo,anzi insisito: "chi è Patrizio?". Il ragazzo del bar, avrà avuto meno di 14 anni, aspetta i soldi. Pago io, ovviamente. Dal mio "Figaro" vicino alla Pignasecca il taglio costa 20 euro, più caffè, acqua minerale, e mancia abbandonante arriviamo anche a 25 euro...

I centesimi tintinnano nel pantalone largo del ragazzo che sembra un pigiama, lui chiude il telefonino e racconta come fosse un uomo vissuto: "Patrizio è stato un precursore dei neomelodici, è morto a 24 anni nel 1984 per un'overdose ma i suoi dischi, le sue canzoni, sono ancora nei nostri cuori. Era più bravo di Nino D'Angelo, usciva per la televisione, era famoso, un bel ragazzo. Mio padre lo conosceva bene". Patrizio così, presentato dal ragazzo del bar, compito e orgoglioso, entra a far parte della mia vita. Sono sorpreso e compiaciuto: un ragazzo di 14 anni che ha un idolo così particolare. "Conosce e canta a memoria tutte le canzoni di Patrizio", urla il mio amico Figaro, tra il serio e il burlone. "Allora canta", quasi gli ordina. Ma Gino, il ragazzino che chiamano tutti Patrizio, prende il vassoio, saluta e se ne va, non prima di aver riacceso il telefonino, con le canzoni del suo idolo.

Su Google ho cercato e trovato la storia di Patrizio. Era tutto vero: a 16 anni Patrizio Esposito (sì, cognome insolito per un napoletano) era un ragazzo-cantante prodigio. Aevva inciso una decina di 33 giri prima di morire. Fu trovato morto in un'auto e ho letto che quella morte, per qualcuno, fu considerata un giallo. Era davvero negli anni '80 più famoso del giovanissimo Nino D'Angelo.

Penso a me che a 14 anni ero innamorato di Adriano Panatta, Gianni Rivera, Pietro Mennea. Penso che poi non c'è tanta differenza tra me e Gino, il ragazzo del bar. Accomunati da passione pura, per un campione o per un cantante. Non c'è differenza. Lui nel 2008 con il telefonino che ascolta le canzoni di Patrizio suo idolo, io negli anni '80 con la radiolina a transistor che aspettavo i radiogiornali della sera per conoscere i risultati di Panatta nei tornei di tutto il mondo. Penso a me: se non andassi una volta al mese da Ciro il mio barbiere, sarei un uomo senza fantasia.




permalink | inviato da marcotaz il 30/1/2008 alle 21:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa

30 gennaio 2008

Compagni di viaggio

Avevano parlato a lungo di passione e spiritualità.
E avevano toccato il fondo della loro provvisorietà.
Lei disse sta arrivando il giorno,
chiudi la finestra o il mattino ci scoprirà.
E lui sentì crollare il mondo,
sentì che il tempo gli remava contro,
schiacciò la testa sul cuscino,
per non sentire il rumore di fondo della città.
Una tempesta d'estate lascia sabbia e calore.
E pezzi di conversazione nell'aria e ancora voglia d'amore.


Lei chiese la parola d'ordine, il codice d'ingresso al suo dolore.
Lui disse "Non adesso, ne abbiamo già discusso troppo spesso,
aiutami piuttosto a far presto,
il mio volo lo sai partirà tra poco più di due ore.
Sentì suonare il telefono nella stanza gelata
e si svegliò di colpo e capì di averla solo sognata.
Si domandò con chi fosse e pensò "E' acqua passata".
E smise di cercare risposte, sentì che arrivava la tosse,
si alzò per aprire le imposte,
ma fuori la notte sembrava appena iniziata.


Due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai.
Potranno scegliere imbarchi diversi, saranno sempre due marinai.
Lei disse misteriosamente "Sarà sempre tardi per me quando ritornerai".
E lui buttò un soldino nel mare, lei lo guardò galleggiare, si dissero "Ciao!"
per le scale e la luce dell'alba da fuori sembrò evaporare.
("Compagni di viaggio", Francesco De Gregori)




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28 gennaio 2008

Un samba sul treno

 Napoli. In Cumana, un treno che collega vari quartieri di Napoli, la gente di mattina pensa ai fatti suoi. Sì, pure a Napoli, la patria delle chiacchiere di strada. E' quella parte peggiore di europeizzazione di cui ci imbeviamo: tutti dentro i nostri pensieri, immersi nei nostri mondi, lontani anni luce dagli altri. La scena non è poi molto diversa da quella che vedi in metro a Londra o a New York. E un po' mi dispiace perchè penso sempre che noi siamo diversi. Occhiate fuggevoli, sempre un po' accigliate, poco altro. Nessuna voglia di comunicare, nemmeno quando sale qualche complessino dell'Est Europa, che attacca motivetti spesso imbarazzanti. Una monetina da venti centesimi per sentire un minuto di canzoni di D'Alessio rabberciate. O anche peggio.

Eppure può cambiare. Qualcosa può cambiare. Succede un giorno che un complessino dei tanti, sale sul treno e prova un repertorio nuovo. Non te lo aspetti, alzi gli occhi e quasi non ci credi. Quella musica la riconosceresti tra mille: "Moça do corpo dourado, do sol de Ipanema. O seu balançado é mais que un poema é a coisa mais linda que eu já vi passar...". Samba in Cumana, quando meno te lo aspetti. Samba dolcissimo della ragazza di Ipanema, samba sulle facce stanche della gente seduta, samba che entra dentro, ti sveglia, ti chiama, ti esalta. Qualche minuto da raccontare, fuori dal mondo. "Ah! Porque estou tão sozinho. Ah! Porque tudo é tão triste. Ah! A beleza que existe": l'uomo che legge il giornale lo ripiega e sorride, due donne smettono di parlare tra loro e se la godono, uno studente toglie l'auricolare, io porto il ritmo con un piede e guardo gli altri che cambiano espressione.

"Ragazza di Ipanema", così all'improvviso, mentre sei immerso nel lunghissimo tunnel che porta all'ultima fermata di Montesanto. Sembra un sogno, una di quelle scene da film: il treno corre veloce nel buio più totale ma il rumore non lo senti più. E' solo samba, samba, samba... Così sul finire si alza una signora seduta lontanissima, rischia di cadere pur di regalare monetine. A uno a uno cerchiamo nelle tasche e nei cappotti, entusiasti. Piovono monete benedette. Ragazza di Ipanema ha sciolto il cuore, come un vento allegro e folle che ti prende e non sai perchè...




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28 gennaio 2008

Fortunato, un tarallaro napoletano

Ci sarà pure in questo blog un napoletano dai trent'anni in su della zona del Cavone, di piazza Dante, di via Roma, della Pignasecca o giù di lì... Ci sarà qualcuno che si ricorderà di Fortunato o' tarallaro. Massimo Andrei, attore e regista napoletano, ha scritto un bellissimo libro su di lui, edito da Tullio Pironti Editore in questi giorni. Sì proprio su Fortunato: Pino Daniele lo canta in una delle sue canzoni più celebri, lo scrittore Luciano De Crescenzo gli ga dedicato pagine e pagine. E' stato il venditore ambulante più famoso degli ultimi trent'anni. Lui e il suo carrozzino pieno di taralli freschi, la sua comicità, il suo modo di rapportarsi con la città, il suo essere "bazzariota", una sorta di pazzariello, di giullare alla napoletana. L'ho incorciato per anni davanti all'ospedale Pellegrini Vecchio, tornando da scuola. Erano gli anni a cavallo tra i '70 e gli '80. Era già famossimo, Fortunato. E quando uscì il pezzo di Pino Daniele, ancora di più. Era un personaggio amatissimo, anche da noi ragazzi. Lo salutavamo e lui ricambiava sempre, scherzando. C'è una Napoli che vale nella sua vita, nella sua storia. C'è la Napoli che sento mia, per la quale vale la pena battersi fino alla fine. Ho letto il libro, sono tornato indietro con i ricordi. E non solo. Leggere la sua storia fortifica la mia convinzione: restiamo nella nostra città, non l'abbandoniamo a un destino che non è ancora scritto. Difendiamola.




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27 gennaio 2008

La torta impazzita...

Napoli. Avete mai provato quella strana sensazione: alle tre del pomeriggio di domenica, fuori a un ristorante c'è silenzio, tranquillità, Dentro l'inferno. E' uno dei pochi momenti in cui Napoli sembra ferma, silenziosa, placata, con la pancia piena. Sono tutti a tavola, a casa, nei ristoranti, nelle pizzerie. Tutti.
Questa domenica tocca a me. In regalo, ho anche io il mio ristorante, la mia croce, il prezzo che pago al mondo parallelo dei miei parenti. Il pranzo domenicale al ristorante, o anche in casa, è la mia piccola porzione di domenica nornale e un po' banale che vivo, prima di andare al lavoro.
Alle spalle del mio tavolo, una famiglia allargata festeggia un compleanno di un'anziana signora. I ruoli classici sono tutti ben rappresentati: genitori, figli, nipoti, fidanzati di figli e soprattutto la nonna, la vera attrazione del gruppo. A un certo punto si spengono le luci e arriva, inevitabile, la torta con le candeline. Soltanto che in quest'occasione ha un congegno complciato sopra, tra fragoline e crema; ha la suoneria incorporata. Magari avessero scelto qualcosa di più semplice... Così, la torta si ribella e si prende le sue rivincite. Il motivetto che si ascolta è l'inevitabile "Tanti auguri a te"; all'inizio fa sorridere, sembra quasi carino. Poi però non smette, continua. E continua. E continua ancora. I parenti si guardano tra loro imbarazzati, tentano di fare qualcosa, si passano l'aggeggio tra le mani per cercare una soluzione. Nulla. Il motivetto va avanti all'inifinito: "tanti auguri a te, tanti auguri a te...", mentre ormai da tutti i tavoli guardano i festeggiati, tra imbarazzo e fastidio. I poverini sono a un metro da me: li guardo armeggiare, cercare il disinnesco di quella bomba ad orologeria con canzoncina incorporata. Lanciano sguardi di sos e di scuse. Tentano di staccare la pila, ma la pila in questa scatoletta infermale che adorna la torta, non si trova. Usano coltelli e forchette, qualcuno perde la pazienza. Poi, finalmente, intereviene un cameriere "artificiere". Si improvvisa eroe della domenica e con mani sapienti riesce ad aprire la scatola e mettere fine allo stucchevole motivetto festaiolo.
Alla tre del pomeriggio sono fuori dal locale. E provo un gran sollievo. Se non lavorassi di domenica, sarei un uomo senza futuro.




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26 gennaio 2008

Un giorno di primavera in pieno inverno

 

Napoli. I giorni della Merla mi fanno ridere. Chi vive a Napoli lo sa: puoi soffrire il freddo, può piovere a lungo ma poi c’è sempre un giorno di primavera che spunta fuori dal solito lungo inverno. Se c’è una cosa che proprio non possono togliere alla mia città è questo dono magico di regalarti un giorno di primavera anche a gennaio, a febbraio, quando meno te lo aspetti.

Oggi a Napoli è così: guardi verso il sole come un assetato, al suo tepore ti senti quasi disabituato. E’ sabato, è più facile abbandonarsi al suo dolce riscaldare. Ho visto i ragazzi ai tavoli dei bar di via Caracciolo, all’aperto, e il mare era una tavola azzurrissima. Che bella, e che spreco, una giornata di primavera in pieno inverno. Invidio chi oggi se ne frega del mondo e si gode il relax. Devo ancora imparare a fare ciò, e non se nemmeno se davvero voglio farlo. Amo troppo il mio lavoro e forse sono anche un po’ paranoico.

I racconti di Gegè

Ho incontrato Gegè, 85 anni a febbraio. Gli ho dato un passaggio a casa: la sua tempra ha qualcosa di incredibile, i suoi occhi azzurri sembrano rubati ai riflessi del mare del Golfo. E’ il decano dei giornalisti sportivi: non un luminare, non un uomo colto ma uno di strada, che ha imparato meglio di chiunque altro a vivere, prima di imparare a scrivere e a raccontare. Non posso credere che lui abbia conosciuto i padri napoletani del giornalismo sportivo. Gli chiedo sempre: che tipo era Arturo Collana, chi era davvero Mario Argento. Com’erano Felice Scandone, Irace, Bruschini, Falvo. E anche quelli in vita come Ghirelli…  Lui racconta e si fa strada nei suoi ricordi. Pesca dalla memoria con fare istrionico e condisce tutto con quella voce roca che gli regala carisma. Collana, Argento, Scandone: i napoletani hanno dedicato loro palazzetti dello sport e piscine. Le generazioni che passano, dalla mia dei quarantenni a quelle dopo, sono cresciute imparando solo i cognomi di questi giornalisti illustri. Gegè li ha conosciuti, li ha mitizzati, è diventato loro amico. Ha pianto per loro. E ancora racconta. Vorrei non si stancasse mai…

 Karbon con la "erre arrotata"

Ho fatto in tempo per vedere in tivù la quinta vittoria di Denise Karbon. Per chi non sa chi è la Karbon, un giro su Google e sarete perdonati. Aveva un polso fratturato e ha vinto ancora nello slalom gigante di Coppa del Mondo, che si disputava non so in quale paese austriaco impronunciabile. Quando la guardi sembra impossibile: la ragazzina della porta accanto, minuta, poco carismatica, quasi invisibile. E invece, è campionessa di livello mondiale e batte sistematicamente valkirie e donnone austro-germaniche, svizzerotte, scandinave dalle taglie forti e americane presuntuose. Tra i pali degli slalom è diventata un fenomeno. E’ un miracolo italiano. Più che guardarla sciare dovreste sentirla parlare: una “erre arrotata” che è uno spettacolo, che la rende divertente e anche un po’ buffa. Oltre che invincibile.

 




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25 gennaio 2008

"Cade la pioggia"

 La mia pelle è carta bianca per il tuo racconto
scrivi tu la fine
io sono pronto
non voglio stare sulla soglia della nostra vita
guardare che è finita
nuvole che passano e scaricano pioggia come sassi
e ad ogni passo noi dimentichiamo i nostri passi
la strada che noi abbiamo fatto insieme
gettando sulla pietra il nostro seme
a ucciderci a ogni notte dopo rabbia
gocce di pioggia calde sulla sabbia
amore, amore mio
questa passione passata come fame ad un leone
dopo che ha divorato la sua preda ha abbandonato le ossa agli avvoltoi
tu non ricordi ma eravamo noi
noi due abbracciati fermi nella pioggia
mentre tutti correvano al riparo
e il nostro amore è polvere da sparo
il tuono è solo un battito di cuore
e il lampo illumina senza rumore
e la mia pelle è carta bianca per il tuo racconto
ma scrivi tu la fine
io sono pronto
(Jovanotti, "Cade la pioggia")




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25 gennaio 2008

Barbato & Cusumano

Penso tra il divertito e il nauseato: immaginate un dialogo a cena tra Barbato e Cusumano, uno scambio di battute, un progetto politico da perseguire, qualcosa di cui andare fieri... Penso a tutto questo e ho i brividi. Sono Senatori. Se-na-to-ri!. Ma ci pensate... Siamo davvero così? Che strada tortuosa abbiamo fatto, che percorsi perversi per arrivare a produrre in Senato gente come Barbato & Cusumano? Mi chiedo e lo chiedo a chi avrà la bonta di leggere: c'è commento a ciò?




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25 gennaio 2008

Michele, il mio parcheggiatore

Uso poco l'auto, ma quando lo faccio e arrivo in zona posto di lavoro, mi affido a un parcheggiatore di via De Gasperi. Si chiama Michele, napoletano di Santa Lucia, ma sembra avere i tratti medio-orientali. E' simpatico di natura e ha il sorriso spontaneo e pronto. E' già qualcosa di questi tempi; ti mette di buon umore. E' un cialtrone, nel senso buono. Ti accontenta sempre quando arrivi trafelato ed esasperato dal traffico della città. Il problema è il dopo. Oggi l'ho incrociato al bar Patierno e gli ho detto al volo: "La settimana scorsa ho trovato una multa per sosta senza grattino, qualche tempo fa mi hai lasciato l'auto aperta e con le luci accese e son tornato a casa a piedi perchè la batteria era andata. E ti ricordo che in passato sei andato via portando con te le chiavi della mia auto e anche quella volta son tornato a casa a piedi...". Gli ho dato un buffetto affettuoso sulla guancia, Michele ha biascicato qualche risposta, qualche scusa, sorridendo. "Ma ti voglio bene lo stesso; tutto ok, mi raccomando salutami Pià", gli ho detto andando via con gli amici e i colleghi. Non ho mai capito perchè sia tifoso di Pià, ex giocatore del Napoli, per me attaccante scarso come pochi. Eppure lo adora. Da Michele, per fortuna, lascio l'auto una volta a settimana, non di più. Gli pago cinque euro e mi passa la paura. Forse...




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