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4 maggio 2009

Marcotaz Revival 22

Nota attuale da Facebook

"Più o meno a mezzogiorno, nei giardinetti della mia città al sole, il tempo sembra fermarsi, Anche se ci capiti per caso, lo stress svanisce, i ritmi rallentano e per un po' vedi la città correre e affannare senza di te... Socializzi e non sai perchè, passeggi, parli, racconti, ascolti e sei fuori dal mondo. E il sole caldo scopre gli angoli della nostra città che non immaginavi, che non vedevi...".

PS: la piazza in questione è quella di Cavour...

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28 aprile 2008

Alla cassa del bar...

Lo facciamo tutti e adesso che ci penso mi viene da ridere. Davanti alla cassa del bar facciamo tutti le cose più strane, le scene più assurde. Oggi ero in fila e guardavo due impiegati impegnati in una "tarantella" degna di un buon teatro napoletano.

Recitavano, sembravano impazziti, facevano sul serio. Erano goffi nelle loro giacche scure da lavoro, belli pieni dopo il week-end lungo di baldoria a tavola. Si facevano notare. Erano in realtà due macchiette.

"Ti devi stare fermo, sei ospite mio".

"Ma quando mai, non esiste proprio".

Si scatenavano di gomiti, si facevano spazio davanti alla cassiera. spingendosi a vicenda, maldestramente. Uno con il portafogli in mano, l'altro con gli spiccioli nel palmo della mano.

"Lascia stare, tocca a me...".

"Mi offendo, non insistere".

Poi, inevitabile, partiva il dialogo con la cassiera.

"Signorina non si prenda nulla da questo estraneo...".

E via altre goffe spinte.

"Signorina, io sono cliente, da questo signore non deve prendersi nulla...".

E infine, l'ultima fase, quella buonista.

"Vuoi togliermi il gusto di offrirti un caffè...".

"Il piacere è mio, ci penso io...".

"Noi puoi farmi questo...".

Dai, paghi tu domani...".

"No, paga tu domani, oggi faccio io...".

La tarantella di chi paga il caffè può durare all'infinito, anche perchè può inserirsi un terzo impiegato, e anche un quarto. E guai se c'è una donna di mezzo, la sfida a chi paga prima diventa ancora più accesa. Alla fine c'è chi è soddisfatto e paga, chi abbozza e piega la testa. Poi fanno la pace davanti al bancone del bar. Uno fa il cialtrone con la collega dai capelli cotonati e formosetta, nonostante gli "anta", l'altro ammicca con il barista per darsi un tono, lascia belle mance e si complimenta per il caffè gustoso.

Ne ho sentite tante al bar, ne vedo tante, tutti i giorni. E' quasi rilassante.
Qualcuna l'ho sparata anche io. Nel mio bar, per esempio, faccio il gradasso. Ma lì è facile, cassiera e baristi sanno che non possono prendere danaro all'infuori di me. Il casino è quando sei in un bar che conosci poco. Lì è come una corsa di ciclismo che arriva allo sprint: devi prendere l'ingresso in testa, per arrivare primo alla cassa e quindi essere avvantaggiato.
Nelle ore di punta devi essere lestissimo a tirar fuori il danaro dalle tasche o dal portafoglio e puntulamente c'è la bella cassiera che ti guarda senza dire nulla ma con uno sguardo così annoiato... Sei lì trafelato, un po' imbranato a contare gli spiccioli e poi a ricordarti le ordinazioni degli altri. Ti senti un vero cretino davanti a quella bella donna dall'aria così scocciata che sembra dire ("Ti decidi oppure no"). Ti giri ripeturamente, ti dai un tono serio: "Allora, quattro caffè? Giusto?". Parli ad alta voce, perchè nel bar c'è casino e intanto, dietro di te, c'è sempre chi sbuffa e che ti guarda di traverso.

Ma perchè ci impegnamo così tanto a voler pagare il caffè. Sembra una missione, un punto d'onore impresicindibile della nostra vita quotidiana. Qualcosa di irrefrenabile. Se fossimo così solidali e pronti su altri argomenti meno effimeri, sai che risultatotoni. Penso agli impegni sociali, alle donazioni, alle raccolte di firme per qualcosa di importante. Può scivolarci addosso tutto ma non il momento di pagare il caffè. Quello è sacro.
Prima ti pago il caffè al bar, poi ti faccio la guerra in ufficio e ti pugnalo alle spalle.
Italian style del terzo millennio.


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27 aprile 2008

Il Fetennista

(Tratto dal libro "Bar Sport 2000" di Stefano Benni)

Creatura dall'aspetto normale, con una grande sacca sportiva a tracolla. Al suo apparire nel locale, i presenti notano subito un peggioramento della situazione climatica, un vago odore di formaggio stagionato, o di palude stagnante. Non appena la creatura apre la borsa, ecco l'orrende rivelazione: è un Fetennista, è appena stato a giocare, e la sua borsa contiene magliette, scarpe e calzini frollati. Nonostante le irrorazioni di deodorante, l'abbigliamento sudato, per via del caldo e della chiusura ermetica, ha sviluppato vapori da guerra chimica. Inoltre il Fetennista non si sa se per fretta, povertà o sadismo, può giocare anche cinque volte di fila con lo stesso completino. In questo caso il contenuto della sacca moltiplica la sua pericolosità. Le scarpe diventano un cocktail di napalm e roquefort, e puzzano perfino le corde della racchetta. Ma più di tutto è da temere il calzino fantasma, un calzino che si nasconde in una zona misteriosa della borsa e vive lì per anni, moltiplicando la sua tossicità. A volte i clienti lo prendono e lo buttano in una fontana, o bruciano il contenuto della borsa. Ma nel locale resterà sempre quell'inconfondibile odore di spogliatoio sudato e di ascella di orango. Perciò, appena vedete entrare un Fetennista, mettetevi in salvo il più presto possibile. E' infatti in agguato l'"effetto Ace". Il Fetennista potrebbe accendere una sigaretta, o bere un cappuccino caldo. Il calore, a contratto coi gas dei calzini, farà esplodere la borsa, lanciando schegge di racchetta, cinti erniari e palline nel raggio di cento metri.

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L'ironia e la scrittura surreale di Stefano Benni sono un regalo della letteratura contemporanea. Quando ho letto per la prima volta Bar Sport 2000 ho riso per giorni. Questa mattina ero solo a casa e cazzeggiavo. Poi, sono trasalito. Ho pensato che avevo incredibilmente dimenticato nel portabagagli dell'auto la borsa da tennis. Avevo giocato il giorno prima. In un baleno ho messo tutto via. Sono stato un fulmine, mia moglie nom avrebbe retto alla notizia. La borsa chiusa, sporca e nell'auto, puzzolente e pericolosa, l'avrebbe portata sull'orlo di una crisi di nervi.

Toglievo i panni insudiciati e li mettevo nella cesta della lavatrice. E ridevo pensando al testo del Fetennista di Benni. Per un giorno, improvvisamente, anche io sono diventato un Fetennista. Può capitare. Non deve capitare ma può capitare. Svuotando la borsa mi sono imbattuto in uno dei famossimi "calzini fantasma" che descrive Benni. Era lì, nascosto in fondo alla borsa da chissà quanto tempo. Non sembrava nemmeno il mio. Da quanto era lì? In quale piega della malefica borsa si era mimetizzato? E di chi era veramente quel calzino grigio e lercio? Nel dubbio ho seguito il consiglio di Benni, l'ho preso e l'ho buttato, non prima di averlo chiuso in una busta. I gas potevano diventare letali. Poteva scoppiare tutto. Chi l'avrebbe spiegato a mia moglie che l'esplosione in casa era stata causata da un "calzino fantasma"...

Marcotaz

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22 aprile 2008

"Neanche un minuto di "non amore"

Mi sono svegliato e non so nemmeno perché. Sento il caldo di maggio sulla pelle e non lo vedo, sento la pioggia cadere da una vita e non smette mai. Vorrei tirare fuori l’anima giocosa che c’è in me, essere il bambino che non smette mai di sognare e fantasticare. Prendersi gioco di questo mondo dei grandi che non mi appartiene fino in fondo.
Vorrei svegliarmi e parlare d’amore, solo per il gusto di farlo. Mi prenderebbero per matto. Lo faccio su questo Blog: era da tempo che volevo dirmelo e scrivermelo.
Io so cosa è per me l’amore, anche se non è sempre facile dimostrarlo. Per me l’amore è esattamente nelle parole di un testo bellissimo. Non un poeta, non citazioni d’autore, non Dante, Leopardi, D’Annunzio. Solo e semplicemente Mogol e Battisti, solo e semplicemente "neanche un minuto di non amore". Perché in fondo quello è il mio linguaggio, lo è sempre stato, sempre lo sarà.
Io sono così, parlo così, agisco così. Beh, certo non sempre e non continuamente. Ma io sono così, da ragazzo come oggi. E non vorrei cambiare. Per amore, solo per amore, tutto il resto può scomparire, Tutto il resto viene dopo.
Se sapessi inserire il video e la canzone sul mio Blog, prendendoli da YouTube, lo farei. Forse un giorno imparerò. Però, giuro, è troppo bella…
La mia vita è fatta ancora di queste storielle semplici e un po’ folli. Ne cerco ancora, per viverle ancora, per scriverne ancora.

"Neanche un minuto di non amore"
(Battisti-Mogol, 1977: da "Io, Tu, Noi tutti")

"Salgo in auto e parto e guido verso te
al telefono mi hai detto "Si, d'accordo alle tre!"
dal timbro della voce non sembravi tu
quel tono che mi piace no, non c'era più!
Ma cosa è accaduto?
Quando e' accaduto?
No non è possibile
improvvisamente no.
Il traffico che corre
la gente nei caffè
la mente mia che scorre
e indaga su di te
le ultime espressioni
le pause fra di noi
le minime emozioni
i gesti, gli occhi tuoi
neanche un minuto
di "non amore"
questo e' il risultato dei pensieri miei!
Eppure qualcosa c'è
impercettibile per me
ma per te così importante
lo sento è presente
che grida e intanto grida
un clacson dietro me
sto odiando questa strada
che mi separa da te
neanche un minuto
di "non amore"
ripeto questa frase ossessionato
mentre vedo te.
"Ciao come stai
dimmi cos'hai
parcheggio dopo.
Dimmi che cos'hai!"
Così hai perso il posto
hai pianto e che altro c'è
Nient'altro questo è tutto
volevi star con me
Neanche un minuto
di "non amore"
Scusami se rido
non pensavo a te".




permalink | inviato da marcotaz il 4/5/2009 alle 12:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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